Mia madre aveva un senso dell’umorismo eccezionale. Un misto di ironia, sarcasmo e teatralita’. Sapeva rifare il verso a tutti, vedeva una persona e, se, ne era colpita, la imitava dopo 3 minuti, cogliendone il nocciolo del carattere, le sottigliezze piu’ accurate. O a volte invece ne metteva in risalto le cose piu’ grossolane ma che nessuno sapeva tratteggiare come lei, tutte le mie amiche adoravano i suoi racconti. Amava il cinema e il teatro. Da giovane voleva fare l’attrice, recito’ in una compagnia di dilettanti, fece l’esame d’ammissione all’accademia d’arte drammatica, arrivo’ seconda, ma il padre non le permise di andare avanti. Amava i libri in maniera smisurata, da piccola leggeva la notte con la pila tascabile nascosta sotto le coperte, e le fu facile trasmettermi tale amore semplicemente cominciando a passarmi, quando avevo 10 anni, e in maniera sconsiderata per la mia eta’, titoli forse un tantino precoci ma appassionanti, e sui quali lei mi contagiava solo con lo sguardo. Amava gli occhi di Al Pacino, la sagra del Padrino, il the che per un lungo periodo bevve pure prima di andare a dormire. Amava il mare, e quando faceva il bagno cantava canzonette anni 60, amava guardare il Festival di Sanremo mettendo i voti , la voce di Pierangelo Bertoli. L’avvento del videoregistratore le cambio’ la vita, comincio’ a registrare film a tutte le ore, camera sua divenne una cineteca per la sua felicita’. Cucinava benissimo ma odiava fare la casalinga. Negli anni '70 partecipammo un pomeriggio ad un cineforum, davano UNA GIORNATA PARTICOLARE, bellissimo film, solo che a noi di stare pure al dibattito che si teneva dopo non ci andava proprio, nonostante gli inviti quasi ordini delle “compagne femministe”. Scappammo sui titoli di coda, ridendo come quando a scuola si scappa dalla preside.
Aveva un sorriso unico e luminoso. Era un po’ fragile e sensibile, e sapeva ridere. Sapeva sempre capire quando bisognava ridere, solo che la vita spesso non e’ stata gentile con lei.
La cosa piu’ devastante, quando non l’ho piu’ avuta con me, e’ stata quella di non poterle piu’ raccontare le cose. Le cose avevano una loro compiutezza solo se gliele raccontavo. Altrimenti smettevano di avere alcun senso. Ed e’ dura vivere senza che le cose abbiano senso. Poi ci si rimette un po’ insieme, e le cose per forza ricominciano ad averne uno di senso, ma credo che se la vita avesse un lato magico, dovrebbe un giorno venire il genio della lampada e offrirmi non tre, ma un desiderio, ed io chiederei di passare un giorno con lei. Ed in questo giorno ci metterei un pranzo fuori, e prenderei l’arrosto con i piselli, come una volta da piccola che andammo a pranzo fuori solo lei ed io, e poi un cinema al primo spettacolo, come usavamo fare, e un the preso al bar TRE SCALINI a piazza Navona, e un film in cassetta sul divano, con la copertina sopra le gambe. E poi basta, nient’altro di piu’, ma forse ne uscirei con provviste di ossigeno da qui e fino alla fine del mondo.
